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diario digitale di vita comune

Ci stiamo abituando a tutto?

Scrolliamo.

Una notizia, un video, una dichiarazione, una guerra, una protesta, qualcuno che urla, qualcun altro che risponde. Ci indigniamo per qualche minuto, magari condividiamo una storia, scriviamo un commento, discutiamo con qualcuno. Poi arriva un altro contenuto, e quello precedente è finito nel dimenticatoio.

Non perché sia stato risolto. Semplicemente, è arrivato qualcos’altro.

Mi chiedo quando abbiamo iniziato a confondere l’essere informati con l’essere coinvolti. Quando abbiamo cominciato a pensare che sapere cosa succede nel mondo fosse, in qualche modo, sufficiente per sentirci parte di esso.

Mi chiedo se sia indifferenza o essere stanchi.

Stanchi di problemi che sembrano troppo grandi, di situazioni sulle quali sentiamo di non avere alcun potere, di dover prendere posizione su tutto senza sapere nemmeno da dove cominciare.

Eppure, a volte, mi spaventa la facilità con cui riusciamo ad andare avanti.

Il privilegio di non pensarci

Quanto siamo responsabili del mondo in cui viviamo, anche quando scegliamo di non occuparcene?

Non credo che si possa essere presenti a tutto. Non credo nemmeno che una persona debba sentirsi in colpa ogni volta che spegne il telefono, smette di leggere le notizie o decide di pensare, per un momento, alla propria vita.

Abbiamo il diritto di essere stanchi. Di non sapere. Di cambiare idea. Di non avere sempre un’opinione pronta.

Ma c’è una differenza tra riconoscere i propri limiti e convincersi che non ci sia niente da fare.

È una differenza sottile, e forse è proprio lì che comincia il problema.

Tanto non cambia niente

Quante volte abbiamo sentito dire che sono tutti uguali? Che la politica è sempre la stessa storia, che protestare non serve, che tanto le decisioni sono già state prese da qualcun altro?

Sono frasi che conosco, che sento intorno a me e che, a volte, mi ritrovo persino a pensare.

Perché è difficile continuare a interessarsi a qualcosa quando non si riesce a vedere il risultato del proprio interesse. È difficile credere nella partecipazione quando si ha l’impressione che la propria voce non faccia alcuna differenza.

Così, lentamente, la rassegnazione comincia a sembrare una forma di lucidità. Non aspettarsi niente diventa un modo per non rimanere delusi. Non prendere posizione diventa un modo per non sbagliare. Non partecipare diventa un modo per non sentirsi impotenti.

Ma se tutti quelli che non credono più nella possibilità di cambiare qualcosa smettessero davvero di provarci, che cosa resterebbe?

Rabbia e frustrazione mischiata a rassegnazione e sopravvivenza.

Quando la rabbia non basta

In una società arrabbiata, la rabbia può diventare una forza capace di rompere il silenzio. Può portare le persone a incontrarsi, a protestare, a chiedere cambiamenti.  Può diventare disprezzo. Può cercare un colpevole prima ancora di cercare una spiegazione. Può convincerci che chi la pensa diversamente sia necessariamente un nemico, che ascoltare sia una debolezza e che comprendere le ragioni degli altri significhi giustificarli.

E allora mi chiedo: che cosa succede a una società quando tutti sono arrabbiati, ma nessuno riesce più ad ascoltare?

Forse il problema non è soltanto quanta rabbia proviamo, ma che cosa decidiamo di farne.

Una rabbia che trova parole, obiettivi e persone con cui costruire qualcosa può aprire uno spazio di cambiamento. Una rabbia che si limita a cercare qualcuno da odiare rischia, invece, di lasciarci esattamente dove siamo, soltanto più distanti gli uni dagli altri.

E non tutte le proteste sono uguali, così come non tutte le forme di dissenso portano alle stesse conseguenze. Ma liquidare il disagio delle persone senza provare a comprenderlo non ci aiuta a risolverlo.

Non siamo spettatori del mondo.

Non significa che possiamo controllarlo. Non significa che ogni gesto individuale produca necessariamente un cambiamento, né che sia sempre possibile ottenere ciò che riteniamo giusto.

Significa, però, che non siamo estranei a quello che accade.

Il modo in cui parliamo degli altri. Le cose che scegliamo di approfondire. Le ingiustizie che decidiamo di non considerare normali. Le conversazioni che non interrompiamo soltanto perché diventano scomode. Le volte in cui preferiamo capire prima di giudicare.

Sono gesti piccoli, spesso invisibili. Non risolvono da soli i problemi di una società, e sarebbe ingenuo pensare il contrario. Ma possono contribuire a costruire il terreno sul quale una società decide che cosa è accettabile e che cosa non lo è più.

Forse partecipare comincia anche da qui: dal rifiutarsi di considerare inevitabile tutto ciò che esiste già.

Normalmente, ci abituiamo

La cosa che mi fa più paura non è necessariamente che il mondo sia pieno di problemi. È che possiamo imparare a convivere con quasi tutto.

Possiamo abituarci alle notizie che ci feriscono, alle persone che non riescono a immaginare un futuro, alle discussioni che diventano insulti, alla sensazione che non valga più la pena provare a cambiare le cose.

Possiamo persino abituarci alla nostra stessa impotenza.

E forse è per questo che, ogni tanto, abbiamo bisogno di qualcuno che ci costringa a fermarci. Non per dirci che siamo persone peggiori se non facciamo abbastanza, ma per ricordarci che esiste una differenza tra non poter fare tutto e decidere che non possiamo fare niente.

Non so quale sia la soluzione. Non penso che basti leggere un filosofo, andare a una manifestazione o informarsi meglio per cambiare il mondo.

So soltanto che non vorrei arrivare a un punto in cui niente riesca più a sorprendermi, a farmi arrabbiare, a farmi porre delle domande.

Perché forse il contrario dell’indifferenza non è essere arrabbiati con tutto. Non è avere sempre qualcosa da dire. Non è sentirsi obbligati a intervenire in ogni discussione.

Forse è continuare a riconoscere che quello che accade intorno a noi ha un valore. E che le persone, le loro vite e le loro possibilità non dovrebbero diventare soltanto un’altra notizia da scorrere.

Perché, alla fine, forse la domanda non è se siamo ancora capaci di indignarci, perché quello lo sappiamo fare, e anche bene.

È se siamo ancora capaci di lasciarci coinvolgere, non per moda, ma smossi dalla volontà di non volerci abituare a tutta questa merda.

Lettura consigliata per chi vuole riflettere sul rapporto tra indifferenza, responsabilità individuale e partecipazione alla vita collettiva:

Odio gli indifferenti – Antonio Gramsci

GP

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