Viviamo in un mondo in cui tutti sembrano voler essere speciali.
Speciali, interessanti, produttivi, belli, ricchi, viaggiatori, imprenditori, creativi. O almeno abbastanza interessanti da poterlo raccontare su Instagram.
Scrolli sui social e ormai nessuno sembra avere una vita normale.
C’è chi vive in tre città diverse, chi lavora da remoto su una spiaggia, chi ha un proprio business a vent’anni, chi sembra costantemente su un set cinematografico e chi, apparentemente, ha già capito tutto della vita.
E poi ci siamo noi (sperando di non essere l’unica. Altrimenti, tutta questa pantomima sarebbe inutile).
Quelli che prendono il treno la mattina. Che vanno all’università o al lavoro, tornano a casa stanchi e fanno ancora la spesa fisicamente al supermercato, stupendosi puntualmente, a ogni scontrino, di quanto sia rincarato il costo della vita.
Persone che rimandano quella cosa da settimane, che cambiano idea su chi vogliono essere ogni primo del mese. Gente che si annoia e chi non ha tempo nemmeno per pensare.
Persone normali.
Solo che «normale» sembra quasi un insulto.
Abbiamo trasformato l’eccezionale nella quotidianità. Il problema è che, mentre cerchiamo tutti di distinguerci, finiamo per assomigliarci moltissimo.
Gli stessi posti, le stesse fotografie, le stesse parole, le stesse passioni, gli stessi consigli su come vivere meglio.
Persino il tentativo di essere diversi è diventato una forma di omologazione.
E forse, mentre scrivo tutto questo, dovrei chiedermi quanto ci sia di vero e quanto, invece, sia solo una mia giustificazione.
Che sia solo l’invidia a parlare? Probabile. D’altronde, sto scrivendo seduta sul divano, ancora in pigiama, alle due di pomeriggio.
O forse è la frustrazione di sentirmi divisa a metà: da una parte, la grande gratitudine per tutto ciò che ho e per le persone che mi circondano; dall’altra, quella sensazione, difficile da ignorare, di non essere mai abbastanza in una società che sembra chiederti continuamente di essere qualcosa di più.
E forse il problema non è nemmeno voler essere speciali, ma sentirsi in difetto se non lo si è.
«Vorrei essere speciale, se non per tutti almeno per me.» – Nayt, MonaLisa
Normalmente nasce per questo.
Non ci sarà una strategia editoriale studiata per conquistare l’algoritmo. Gli argomenti di questo blog seguiranno un criterio molto più scientifico: quello che passa mi passa per la testa.
Un diario, ma non esattamente il mio, piuttosto un piccolo archivio di cose che potrebbero appartenere a chiunque.
Una giornata qualunque, un pensiero abbozzato sotto la doccia, una canzone ascoltata cinquanta volte, un libro lasciato a metà, una conversazione tra amici, una domanda a cui non so ancora rispondere.
Pensi che tutto questo sia confuso?
Benvenuto in questo mondo.
Normalmente è sempre così.
GP
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